Tra nuove inchieste, un’AIA che prolunga il carbone al 2037 e quartieri ancora esposti alle polveri, Taranto mostra la distanza tra ciò che si racconta come transizione e ciò che accade davvero.
Crisi industriale, ma non solo: la parte della storia che manca
Negli ultimi giorni si parla molto di cassa integrazione e crisi industriale. Ed è giusto farlo: da gennaio 2026 saranno seimila i lavoratori di Acciaierie d’Italia a entrare in cassa integrazione, come riportato dal Sole 24 Ore. Ma continuare a raccontare l’ex Ilva solo come un problema occupazionale significa ignorare il resto della storia: una nuova AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) che consente di produrre a carbone fino al 2037, impianti ancora instabili, quartieri coperti di polveri e una città che da anni prova a rialzarsi mentre lo Stato continua a riproporre lo stesso schema fallito.
L’Altoforno 1 e il prezzo umano delle omissioni
Proprio stamani la Gazzetta del Mezzogiorno, con un articolo a firma di Francesco Casula, riporta come la magistratura abbia appurato che l’Altoforno 1, quello inaugurato dal Ministro Urso il 15 ottobre 2024, sia stato fatto ripartire senza dispositivi di sicurezza funzionanti. Negli ultimi fotogrammi di Taranto chiama ci sono due immagini. Il primo è il cartello che venne affisso il 15 ottobre 2024 dai cittadini tarantini proprio per l’inaugurazione dell’Altoforno 1 da parte del ministro Urso. Il titolo era “Bruci la città”. L’ultimo aggiunto dopo il 7 maggio con le immagini sconcertanti dell’incendio dello stesso Altoforno inaugurato pochi mesi prima. È chiaro che il braccio di ferro tra magistratura e governi su Ilva continua con questa ennesima inchiesta, ma la domanda è sempre la stessa: quanto vale la vita umana a Taranto?
Il ricorso delle associazioni e l’AIA che promette ma non cambia
Se non ci pensa lo Stato Italiano, condannato per questo dalla Corte Europea per i Diritti umani, almeno 5 volte, ci pensa la società civile. Lo scorso 23 ottobre 2025 sette associazioni nazionali e tarantine, tra cui ISDE Medici per l’Ambiente, Peacelink e Genitori Tarantini, hanno presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale di Lecce contro l’Autorizzazione Integrata Ambientale del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, approvata dal Ministero dell’Ambiente lo scorso 25 luglio con 472 prescrizioni “correttive” per ridurre l’inquinamento. Prescrizioni che, invece di affrontare i problemi sanitari e ambientali alla base dell’emergenza tarantina, rischiano di restare un elenco di adempimenti senza effetto reale. Non c’è infatti alcun obbligo stringente di decarbonizzazione: l’unica richiesta è un piano, mentre l’AIA autorizza gli altiforni a carbone per altri dodici anni. Avevamo anticipato questo scenario nel nostro pezzo su Wired del 31 luglio 2025, raccontando come la promessa di transizione fosse più una retorica che una politica industriale.
Una transizione che non esiste: lo scarto tra retorica e realtà
A Taranto questa retorica pesa perché contrasta con le vite quotidiane delle persone. Nella nuova AIA non si registra alcun cambiamento sostanziale nonostante l’Europa abbia riconosciuto l’emergenza climatica e ambientale e nonostante nel giugno 2024 la Corte di Giustizia abbia stabilito principi vincolanti proprio sull’impianto di Taranto. Nessuna partecipazione reale del pubblico, come richiesto dalla Convenzione di Aarhus, e nessuna considerazione dei nuovi obblighi di tutela. È questo il contesto in cui il ricorso delle associazioni diventa un atto di difesa civile prima ancora che giuridica.
Impianti instabili e quartieri dimenticati
Intanto gli impianti continuano a mostrare criticità: lo documenta Veraleaks, che ha denunciato sversamenti, anomalie, malfunzionamenti. È difficile parlare di “transizione” quando la realtà continua a essere questa. E, paradossalmente, la nuova AIA taglia perfino i fondi per la rimozione delle polveri rosse nel quartiere Tamburi. Sempre La Gazzetta del Mezzogiorno ha riportato come il Comune di Taranto abbia avviato la revoca del servizio di pulizia delle aree esterne delle scuole e dei giardini del quartiere Tamburi, perché mancano le risorse dedicate. I bambini del rione, che già vivono più vicino di tutti alle emissioni, dovranno ora convivere con polveri che nessuno sarà tenuto a rimuovere. Proprio per loro era stato invece pensato il Giardino di Lulù, inaugurato dalla dottoressa Annamaria Moschetti grazie alle donazioni private di Niccolò Fabi e altri benefattori, costruito in modo che possa essere ripulito dalle ricadute degli impianti. Un parco speciale e allo stesso tempo assurdo, perché nasce proprio dalla necessità di proteggere i bambini dall’inquinamento che lo Stato non ha mai davvero contenuto.
La voce dei cittadini: “Chiudete, trasformate e poi ne parliamo”
Nel film Taranto Chiama raccontiamo le conseguenze di tutto questo sulle persone: dove lo Stato arretra, le comunità provano ancora a curarsi da sole.Uno dei protagonisti, uno dei cittadini del quartiere Tamburi, mentre ascolta le parole dell’ex Commissario europeo alla transizione Frans Timmermans sull’acciaio “verde” nel maggio 2023, taglia corto con una frase che racchiude tutta la verità che nessuno vuole dire: “Chiudete, fate le vostre trasformazioni e poi ci rivediamo. Non che tenete aperti gli impianti e ci avvelenate nel frattempo”.
Taranto è la misura della credibilità dello Stato italiano: la capacità di applicare le proprie leggi, di rispettare le sentenze europee, di proteggere i cittadini. Taranto riguarda tutti, non solo chi vive all’ombra delle ciminiere. Perché è qui che l’Italia mostra se sa davvero scegliere tra retorica e responsabilità. Tra un modello industriale non più sostenibile e un futuro diverso, possibile solo se costruito senza nascondere le verità scomode.
Taranto chiama, ancora una volta.


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