[recensione] “Taranto Chiama”: appunti su un film necessario di Emanuele Galesi

Rassegna stampa

Tra i punti di un finto programma elettorale per le politiche di qualche anno fa c’era anche questo: “Accorciare la Puglia”. La battuta non può che strappare un sorriso, chiunque abbia attraversato la regione da un’estremità all’altra sa cosa significhi. Eppure, paradossalmente, a distanza di tempo mi pare che si sia avverato l’opposto, e cioè che la Puglia si sia allungata e con essa tutto il Sud. L’impressione è che la distanza tra le diverse zone d’Italia vada aumentando da un punto di vista politico, sociale ed economico e che certi territori si perdano in un altrove indistinto.

Ciò che Rosy Battaglia fa nel suo bel documentario “Taranto Chiama”, dedicato all’ex Ilva di Taranto e nato grazie a una produzione dal basso, è accorciare queste distanze, ricucendo i legami assottigliati e costruendo un terreno comune di partecipazione, attivismo e lotta. In questo lavoro l’Ilva non è più un fatto di cronaca di cui talvolta (sempre meno di quanto si dovrebbe) i media mainstream parlano, ma è una realtà concreta, da vedere, sentire, toccare e pure annusare. Sembra di sentire l’odore di quelle polveri sui balconi, mentre il corpaccione dell’acciaieria si staglia sullo sfondo, minaccioso e, all’apparenza, ineludibile. Be’, sappiamo che non è così. Il documentario ci dice che non è così, che i destini della città e della fabbrica non sono legati per sempre, ma sono scindibili. Certo, ci vuole impegno e fatica. Quello delle persone, delle associazioni o dei legali che in tutti questi anni non hanno mai smesso di reagire e di impegnarsi per un futuro in cui il polo siderurgico sia solo un ricordo.

Vedremo mai tutto ciò? Se penso all’arco della mia vita, non ne sono sicuro. Ma ciò che Rosy Battaglia fa è mostrarci anche l’altra faccia di Taranto, quella aperta agli anni a venire, quella popolata dalle energie di chi, tra attività economiche, iniziative culturali e musicali, assieme alla tutela ambientale, sta lavorando per una città diversa. Una città che non sia solo associata all’inquinamento, alla morte, alla malattia, alla crisi perenne (ambientale, economica, istituzionale). Dal Primo Maggio a un B&B, da un mitilicoltore alle serigrafie di Ammostro, anche così incontriamo i volti di una città viva e da scoprire.

Il documentario è composto da due anime: la prima è giornalistica ed è molto Rosy Battaglia: incalzante, documentata, caparbia, senza sconti. La seconda è umana, legata alle persone e alle loro storie, e ambientale, in cui cogliamo la ricchezza di questo luogo tra due mari. Anche questo, in fondo, è molto Rosy Battaglia: se è venuta a Brescia a presentare “Taranto Chiama”, se è tornata dopo avere girato qui da noi “Io non faccio finta di niente”, dedicato al disastro ambientale della Caffaro, è perché si capisce che in quelle persone e in quei territori lei crede, ricambiata. Ho pensato: ma perché questo film non è nei circuiti tradizionali? Perché non è trasmesso in prima serata in tv? Poi mi sono ricordato che non viviamo nel mondo delle favole. Ciò che possiamo fare è guardarlo, capirlo e contribuire a diffonderlo. Anche così si accorciano le distanze.

Emanuele Galesi, Brescia 28 febbraio 2026 

 

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